Emergenza casa. Corso Ciriè: quando occupare serve a tutti

staff-cucine-225x300E’ un abile operazione di riappropiazione sociale quella che da meno di un mese ha portato all’occupazione dell’ex Istituto Tecnico Industriale “G. Baldracco” di corso Ciriè a Torino. Cinquanta famiglie italiane e straniere si sono insediate nello storico edificio scolastico abbandonato da qualche anno al degrado da un Comune che, malgrado ogni emergenza, non ha saputo mettere in opera un progetto di riutilizzo. Molte di quelle cinquanta hanno subito uno sfratto (4643 solo nel 2014) o un pignoramento (+ 10,8% nello stesso anno), altre una casa non ce l’avevano proprio e conducevano un’esistenza difficile tra dormitori o strada. Sono una parte di quei tanti senzatetto abbandonati dall’amministrazione pubblica, dalla politica in generale, vittime della mala gestione dell’Atc, delle tenaglie di Equitalia sui mutui, delle banche torinesi che speculano sull’edilizia, dei palazzinari e delle grandi immobiliari che aumentano gli affitti, lasciano le case vuote perchè si apprezzino e intanto continuano a chiedere di costruire.

Gli occupanti si sono organizzati con cucine, spazi comuni, area giochi e cultura, hanno stabilito rapporti con la vicina scuola materna, hanno in progetto di allestire un orto sinergico e una ludoteca popolare, ma soprattutto hanno messo in pratica una forma di gestione collettiva con tre assemblee settimanali una delle quali con i cittadini del quartiere. In tutti c’è la consapevolezza della natura politica e collettiva della loro azione.

Sono diverse le realtà di lotta sociale impegnate sull’emergenza casa in città e molte sono le occupazioni di locali sfitti o inutilizzati (1400 ma la lista si allunga di giorno in giorno ). I momenti di resistenza sono sovente velleitari e solo momentaneamente ottengono interruzioni o ritardi sugli sfratti in cambio di rapide denunce e duri interventi polizieschi sollecitati in consiglio comunale dai consiglieri della destra. L’ultimo sgombero forzato ha riguardato recentemente la caserma di via Asti dove avevano trovato ricovero anche famiglie di rom, una presenza che il quartierino-bene circostante non aveva gradito.

In corso Ciriè sta andando molto diversamente grazie a un’accorta pianificazione dell’obiettivo: un quartiere popolare che ha accolto senza ostilità i nuovi arrivati e che anzi ha subito portato solidarietà sottoforma di suppellettili e generi di conforto,  un edificio scolastico che nelle sue viscere cela un patrimonio di storia industriale della città, le macchine del laboratorio di conceria e tintoria ancora in buone condizioni ma altrimenti destinate alla rottamazione. Una peculiarità che, secondo gli occupanti organizzati dal Collettivo Prendo Casa di area Askatasuna, lo rende immediatamente un bene comune da preservare e custodire in omaggio alla storia sociale della città stessa. Ecco dunque che attorno al Baldracco e al suo “museo” si sono coagulate forze  diverse e associazioni di vario indirizzo, come Agorà Democrazia che gestisce l’occupazione della Cavallerizza, come il comitato Salvare La Pelle composto da ex docenti e ex studenti dell’istituto e da protagonisti della scena culturale e politica come l’instancabile Livio Pepino, presidente del Controsservatorio Valsusa e promotore della sessione torinese del Tribunale Permanente dei Popoli che solo pochi giorni fa ha deliberato la condanna del Tav per violazioni dei diritti civili, o come la docente Chiara Acciarini ex vicepresidente dell’Anpi provinciale.

Il comitato ha prodotto un appello agli enti pubblici affinchè venga salvaguardato e valorizzato il patrimonio tecnico dell’istituto come parte integrante della storia industriale di Torino. Inutile dire che tale risvolto dà una buona garanzia che la situazione non venga trattata come un problema di illegalità e di ordine pubblico.

Con le parti istituzionali sono in corso contatti per cercare di consolidare la situazione senza ovviamente rinunciare a denunciare le responsabilità politiche e a sollevare le rivendicazioni: blocco immediato degli sfratti per morosità incolpevole, nuova edilizia popolare, destinazione degli edifici pubblici in disuso agli sfrattati, blocco dei pignoramenti, mutui congelati, affitti e bollette calmierati.

L’occupazione del Baldracco nelle sue multiple valenze, si profila dunque come un cuneo profondo nelle non-politiche sociali del Comune di Torino e un esperimento di lunga durata. Chiunque sarà il nuovo sindaco dovrà misurarsi con l’emergenza casa e con le richieste di una massa crescente di senzatetto. Mentre invece l’attuale sindaco si trova tra le mani un’occupazione “antagonista” che gestisce e preserva un luogo storico, un patrimonio tecnico e un bene comune della città: un osso ben duro da masticare.

di Fabrizio Salmoni – valsusanotizie

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